I Vini di Caserta di Luigi Veronelli nella guida del maggio 1969

Rileggere Luigi Veronelli, delle sue “avventure eno gastronomiche” in Terra di Lavoro, regala spunti interessanti, girovagando dai piccoli centri del Matese come Letino, fino al litorale Domizio di Castelvolturno nel 1967-68. Trovata su internet la prima edizione del 1969 della “Guida Veronelli all’Italia piacevole”, di Aldo Garzanti Editore, dopo 55 anni troviamo aneddoti e curiosità di un narratore “affamato” oltremodo di conoscere il territorio e raffinato ricercatore di vini, trattorie, ristoranti e cucine casarecce.

 

E quelli che oggi sono i vitigni tipici della nostra provincia, lui ne è stato il primo indiscusso scopritore con tratti da cantore. Mentre l’Italia era alle prese con gli anni caldi della contestazione nelle fabbriche e nelle università, Veronelli, da bon viveur, se ne andava in giro negli angoli remoti del belpaese a scovar formaggi, vini, salsicce e zuppe nelle infinite versioni che cambiavano da campanile a campanile. E lo descriveva con il vigore della sua autorevolezza giornalistica, formata nella trincea Resistenza, Giorgio Bocca: “Veronelli, quando arriva lui, che poi ne scrive sulle sue guide e sui giornali, osti trasandati, salumai tira a campare, pasticcieri sbrigativi rinsaviscono, tiran fuori il meglio. Lui pappa e trinca da professionista e poi sublima: vini e formaggi non procurano piaceri ma emozioni; i tortelli e i bolliti misti, oltre a satollare, creano come nell’Artusi una certa erotica giocondità, dietro c’è sempre un Decamerone contemporaneo di ostesse, amici letterati, tastevin umanistici in giocondo scambio di favole e di letti” Giorgio Bocca, “In che cosa credono gli italiani? Longanesi&C. 1982. Conosciuto a cena negli ultimi anni della sua vita, quando la vista gli rendeva difficile continuare nel suo irrefrenabile desiderio di convivialità e amicizia. Riprendendo le recensioni de la Guida Veronelli, significative alcune delle sue tappe in provincia di Caserta e soltanto lui ha portato alla ribalta vitigni che già allora erano sconosciuti a noi stessi, tempi non facili dove l’unica cura dei contadini era di fare o tentare di fare un vino di buona e semplice beva.

Mondragone. “Antica la cura, artigianale la saggezza, uno solo ha diritto – a mio giudizio, partigiano e orgoglioso – riproporre quell’antico nome, Falerno; e certo rosso (il Massico ha “fazzoletti” di uve bianche): Michele Moio fu Luigi. Gargantua contadino, personaggio, lo raccoglie l’aglianico da suoi poderi e da altri, scarsi, del privilegio; fa selezione feroce; gli da equilibrio e carattere con uve, 10-20 per cento, dei pochi vitigni autoctoni; vinifica con rabbia identica al partorire di madre; il vino lo rimerita e si fa grande, Falerno. Il colore rosso granato carico di stupisce; l’aroma largo e poderoso di inebria (si muta, con gli anni, in bouquet ampio e composto); il sapore senza cedimenti, corposo e continuo, ti aggredisce all’istante per farsi via via disponibile e compiacente, senza tuttavia perdere lo straordinario carattere”. E cita un classico, “Li canta vina bibes iterum Tauro/ diffusa palestrus / inter Minturnas Sinessamque Petrinum” Orazio perdiana”.

Galluccio. Molti vigneti in gerbido, abbandonati. Nulla è più riprovevole: queste sono terre di eccezionale vocazione vinosa, come dimostrano l’ampio e maestoso Aleatico e certi vini rossi da uvaggi, caldi e profumati. Del tutto meritoria quindi l’opera di alcune aziende Vitivinicole; cito come migliori quelle della famiglia Bartoli, di Alfonso Coraggio, degli eredi dell’avvocato Guido De Angelis, del generale Rosburgo e del notaio Sica”.

Castel di Sasso. Dai Vignaiuoli un bel vino di autonomo nome: Casavecchia. Completo e armonico, di bel colore rosso, desideroso di razza, se lo merita”.

Formicola. Vini Bianchi e rossi di onesta, franca e leale beva. Stimo i migliori produttori Vincenzo Di Giovannantonio, Giuseppe Ricciardi, Giuseppe e Vincenzo Ruggiero, e Vincenzo Vesca”.

Piana di Caiazzo. Dai Vignaiuoli – brioso, pronto, leggero e seducente – l’Asprinio.

Parete. Dai Vignaiuoli l’Asprinio, vino diletto. Di Bassa gradazione, a volte 7 – 8 gradi solo, una legge assurda lo avrebbe messo “fuori legge”; altri, a mio parere, sono da interdire. Mi consolo facile: lo bevo ed ad alta entra la gioia”.

Piedimonte d’Alife. Dai Vignaiuoli un simpatico Asprinio, allegro e lieve (mi vantano – né ho potuto farne prova – quello della famiglia Pallagrello).

Una guida che Luigi Veronelli introduce con una lettera aperta a Mario Stefanile in cui libera la sua passione per la terra campana, “…Vini tali non fossero umiliati – salvi pochi del privilegio; privilegio: l’amore di secolari famiglie vignaiuole – da medievali spogliazioni) da eleggere Campania prestigiosa tra le vinose regioni. E qui, galantuomini e reverendi fattisi legislatori, chiedo mano. Ti ho visto attento al bicchiere, pronto a cogliere di vino fortunato intime le suggestioni; lo ami, ne ascolti l’anima. Gridala, falla gridare sui giornali, l’anima sconosciuta del Fiano di Lapio. Dell’Olivella di Carbonara, del Casavecchia di Castel di Sasso, del Conca, dell’Aglianico di Castelpoto, dell’Ogliastro, della Barbera e del Moscato d’Aquara, dei cento e cento altri solo vogliosi di essere scoperti e goduti. Denunciala la turpe legge che mette fuori giuoco quel mio vino allegro, giovane, brioso, l’Asprinio; vino minorenne, vino femmina, lo baci, la baci, ci perdi la testa”.

@produzione riservata

 

Related Images:

Torna in alto